Conte, Trump e i depositi costieri di GNL

Si è appena conclusa la visita del primo ministro italiano Giuseppe Conte a Washington. Tra i temi affrontati durante l’incontro con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. anche l’approvvigionamento del gas da parte dell’Italia.
Il discorso deve, però, essere andato oltre il famoso metanodotto TAP (un’altra grande opera calata sulla testa della popolazione rispetto alla quale esprimiamo la nostra contrarietà). Infatti, durante la conferenza stampa di chiusura del bilaterale, Trump ha, infatti, reso noto che gli Stati Uniti stanno discutendo con l’Unione Europea dell’infrastrutturazione di 9-11 porti in cui convogliare il GNL americano. Un obiettivo ritenuto con ogni evidenza imprenscindibile dal governo americano per evitare o limitare l’imposizione di dazi sui prodotti europei. Ecco perché gli ultimi giorni hanno portato notizie preoccupanti per la Sardegna.

Sull’Isola, infatti, sono già tre i depositi costieri autorizzati ad Oristano (Ivi Petrolifera – Higas ed Edison), il quarto è in rampa di lancio (quello del Consorzio Industriale di Sassari), mentre il deposito con annesso rigassificatore di Cagliari è in fase di valutazione d’impatto ambientale. Last but not least, c’è poi il deposito targato Eni, del quale si dice che avrà una capacità di stoccaggio pari a 150.000 mc di GNL (più grande, cioè, dell’OLT Offshore LNG Toscana!). Un infrastruttura capace di movimentare diversi miliardi di metri cubi di gas l’anno. Al momento, nessun’altra regione italiana contempla la realizzazione di una capacità di stoccaggio di gnl tanto elevata.

Come abbiamo notato su questa pagina, un unico deposito costiero (al massimo due da 9-10.000 mc di GNL) sarebbe sufficiente a soddisfare il (presunto) fabbisogno di metano della Sardegna stimato dalla Regione. Il primo dato, dunque, è che la miriade di depositi costieri pronti a piombare sulle nostre coste non risponde agli interessi dei sardi: tale capacità di stoccaggio serve a piazzare nel Sud Europa il gnl proveniente dagli Stati Uniti (e – perché no? – dal Qatar) e ad evitare l’imposizione dei dazi sui prodotti del made in Italy. La nostra Isola, in altre parole, è chiamata al sacrificio per dare slancio alle compagnie dello shale gas a stelle e strisce, fortemente indebitate e finora tenute a galla dal rialzo del prezzo del petrolio, e alle aziende italiane che esportano oltre Atlantico.

In definitiva, secondo una perfetta logica neocolonialistica, si affida alla Sardegna il ruolo di area di servizio al centro del Mediterraneo, affibbiandole una nuova servitù e compromettendo le sue possibilità di dare vita ad un futuro energetico sostenibile e realmente al passo con i tempi. E, certo, non bisogna dimenticarsi del fatto che, in qualità di infrastrutture a rischio d’incidente rilevante, i depositi costieri sono anche obiettivi sensibili.
I sardi permetteranno la realizzazione di questo piano?

Meglio farebbero, invece, la Giunta regionale e il governo, a promuovere un diffuso efficientamento energetico e a favorire l’introduzione di soluzioni alternative al gas, basate sulle rinnovabili e l’elettrificazione dei consumi, al fine di spezzare la dipendenza energetica da USA, Qatar e Russia: solo in questo modo è possibile sottrarsi ai programmi eterodiretti, creare reale valore aggiunto, garantire la salubrità ambientale e la salute della popolazione. In Sardegna, inoltre, una straordinaria concomitanza di fattori rende questo obiettivo a portata di mano.

Il colmo è che queste sono esattamente le politiche che le aziende americane – a dispetto di quanto dichiarato da Trump circa la necessità di continuare a bruciare combustibili fossili – stanno perseguendo. Le ragioni sono semplici: avvalersi dell’energia prodotta dalle rinnovabili è vantaggioso sia sul piano ambientale che su quello economico. Il dato è emerso durante il convegno EnelFocusOn tenutosi ad Harvard due settimane prima dell’arrivo di Conte a Washington (già, proprio l’Enel, che in Sardegna brucia il carbone!).
Che dire, allora, del mantra snocciolato ad ogni piè sospinto dai nostri politici, secondo cui “il metano è foriero di progresso e sviluppo”? Parole abusate per circuire e ridurci alla canna del gas!

La nostra giunta, non paga di aver costruito le fondamenta di un progetto scellerato, ci spaccia per sviluppo e progresso l’accordo raggiunto tra Sotacarbo e NETL, laboratorio che fa parte della rete dei centri di ricerca del Dipartimento dell’Energia del governo degli Stati Uniti. L’obiettivo dichiarato è quello di allungare il ciclo di vita dei combustibili fossili, ottenendo, ad esempio, metanolo a partire dalla Co2. La Sotacarbo già da tempo lavora – con la benedizione del MISE – alla separazione della Co2 dalle emissioni sprigionate dalla combustione di gas e carbone, all’estrazione di metano dai giacimenti di carbone attraverso l’iniezione nel sottosuolo di Co2 e allo stoccaggio della Co2 a migliaia di metri di profondità.
La chiamano modernità, ma è solo un tuffo carpiato nel passato che ipoteca il nostro futuro. Proprio a causa del massiccio utilizzo di combustibili fossili, il 1 agosto si è registrato l’overshoot day, il giorno, cioè, in cui abbiamo consumato le risorse naturali che la Terra è in grado di rigenerare in un anno. Secondo i dati diffusi da Global Footprints network, l’Italia sta sfruttando risorse naturali per un equivalente di 4,7 italie ogni anno.

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