Il metano vettore della transizione energetica?

“Prima il metano, più avanti un futuro “total electric” in cui la totalità dei consumi energetici sarà basata sulle rinnovabil”. È questo il mantra che sentiamo ripetere ad ogni piè sospinto, ma è davvero così? E se il futuro fosse adesso? Soprattutto, una simile politica energetica può essere accettata dai sardi? Proviamo a dare una risposta a queste domande sulla base delle osservazioni dai noi depositate nell’ambito della Valutazione d’Impatto ambientale sul metanodotto sardo attivata presso il Ministero dell’Ambiente.

Bisogna, innanzitutto, ricordare che puntare sul metano equivale a tradire l’Accordo sul clima di Parigi del 2015, che impegna i suoi firmatari a ridurre drasticamente le emissioni climalteranti (Co2, metano e refrigeranti, ad esempio) al fine di contenere il riscaldamento globale entro i 2 °C rispetto al livello pre-industriale e ad attivare politiche volte a limitare il riscaldamento a 1,5 °C.

A tal proposito, l’Ipcc (International Government Panel on Climate Change) ha precisato che, per arginare l’aumento delle temperature a 2° C, entro il 2050 il taglio delle emissioni dovrà essere compreso tra il 40 e il 70% rispetto al 2010. Mentre, per raggiungere l’obiettivo di 1,5 gradi i tagli dovrebbero essere nell’ordine del 70-95% entro il 2050.

Le indicazioni emerse nel corso della Cop 21 escludono, dunque, il metano dal novero delle opzioni utili a contenere il riscaldamento globale. Infatti, la riduzione delle emissioni di Co2 ottenuta tramite la sostituzione degli altri combustibili fossili con il metano (pari al 40% rispetto al carbone e a circa il 27% rispetto all’olio combustibile per unità di energia termica prodotta) è del tutto insufficiente al raggiungimento degli obiettivi stabiliti dall’Accordo di Parigi. Solo attraverso una maggiore diffusione degli impianti da fonti rinnovabili (diffusione da implementare secondo il modello dell’autoproduzione/autoconsumo, aggiungiamo noi) può dare una chance al pianeta..

Ne consegue che l’utilizzo del metano (al pari degli altri combustibili fossili) non dovrebbe essere in alcun modo promosso.

Spiace, allora, apprendere che il ministro dell’Ambiente Sergio Costa individui – anche lui – nel metano il vettore della transizione energetica (http://www.dire.it/…/230049-clima-costa-stop-co2-40-entro-…/).

Durante l’intervista qui citata, il ministro non ha fatto riferimento alla metanizzazione della Sardegna, quello scellerato programma di stampo coloniale (perché fuori dal tempo, sovrastimato, anti-economico per le tasche dei Sardi e volto a trasformare l’Isola in un hub del GNL al servizio di terzi) per cui non è stata condotta nemmeno una Valutazione Ambientale Strategica (la Regione se n’è ben guardata). Le opere previste dal programma di metanizzazione sono oggi oggetto di uno studio costi/benefici da parte del governo. Ma l’assenza di un riferimento preciso da parte di Costa non ci impedisce di esprimere la nostra contrarietà rispetto al modello generale e di intervenire sulla questione specifica, la metanizzazione della Sardegna, per l’appunto.

Il punto è questo: la Sardegna non ha bisogno di quel programma. Il surplus di energia prodotta (e poi esportata oltremare) impone l’immediato spegnimento delle centrali a carbone più inquinanti e nocive per la salute dei Sardi. L’idroelettrico sardo (oggi sotto-sfruttato: perché?) potrebbe poi funzionare come batteria naturale di accumulo dell’energia per sopperire ai picchi di domanda (che – buona notizia – vengono dati in forte calo dal Pears). Insomma, per quanto riguarda la produzione di energia elettrica, la Sardegna non ha certo bisogno del metano.

Il concetto, dunque, è semplice: la sovrapproduzione di energia dimostra che il parco termoelettrico della Sardegna deve essere nettamente sfoltito. A meno che i politici sardi e continentali, senza distinzioni di colore, non intendano continuare a puntare il tubo di scappamento contro la popolazione sarda per portare l’energia fuori dalla Sardegna: a tal riguardo dobbiamo capire se esista una differenza tra il cosiddetto governo del cambiamento, i precedenti governi e la classe politica che ha amministrato la Sardegna negli ultimi 7-8 anni.

Il discorso non cambia molto se consideriamo la questione dell’energia termica per il consumo domestico, l’opzione dell’elettrificazione dei consumi è oggi perseguibile, anche grazie alla

riforma delle bollette in ottica degressiva. E è a un piccolo passo dall’essere competitiva o addirittura più economica rispetto al gas: basterebbe solo che la politica decidesse di sostenere con maggiore convinzione l’installazione di piccoli impianti domestici, dirottando, ad esempio, gli incentivi per i grandi impianti da fonti rinnovabili e i ricchissimi sostegni al gas su questo capitolo. Questo sarebbe un reale cambiamento.

Per quanto riguarda l’industria, va ricordato che recenti sperimentazioni hanno dimostrato che il solare termico è in grado di soddisfare il bisogno di calore a medie ed alte temperature delle industrie. Il solare termico presenta, inoltre, il vantaggio dell’accumulo del calore dell’energia prodotta nei periodi di maggiore irraggiamento. Il progetto InSun finanziato dall’Ue a cui ha partecipato anche Sardegna ricerche ha mostrato che quella del solare termico è una valida opzione alternativa alle caldaie alimentate a gas o con altri combustibili fossili (cfr.https://www.fp7-insun.eu/).

E, invece, noi stiamo qui a parlare di metano, perché qualcuno vuole ancorare la Sardegna al medioevo dell’energia.

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